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"ciò che il bruco chiama fine del mondo
il resto del mondo chiama farfalla" Lao Tze |
La mia collaborazione per Scarp de Tennis mi ha offerto l’occasione di parlare in prima persona e in forma di racconto di un breve episodio della mia vita che ricordo ancora oggi, pur essendo passati parecchi anni, con un po’ di amarezza.
Tutto inizia quaranta anni fa al Ferrante Aporti, (Centro di Rieducazione Minorile) un complesso formato da tre sezioni: il reparto carcere, l’osservazione e la casa.
A seguire tutti i ragazzi c’erano degli agenti in borghese che noi dovevamo chiamare educatori, ma che dell’educatore avevano solo il nome, tanto è vero che molti di loro non avevano nemmeno un diploma; ciò non vuol dire che non cercassero di fare bene il loro lavoro, che era quello di farti rispettare tutte le loro regole.
Di fatto noi li chiamavamo assistenti ma loro, soprattutto quando si arrabbiavano, pretendevano di essere chiamati educatori.
Tutto ciò ha portato a noi tanta rabbia e molta indifferenza: non si poteva piangere o sfogarsi con nessuno perché era segno di debolezza e in questi posti non ci si può far vedere deboli perché gli altri ragazzini ti mettono sotto, diventi il loro pretesto di sfogo.
Motivi di sconforto ce n’erano molti, per esempio dopo le venti ci chiudevano ognuno nella propria cella e se dovevi andare in bagno eri costretto ad aggrapparti alle sbarre della finestra e fare la pipi oppure se dovevi fare altro dovevi mettere dei fogli di giornale a terra e poi buttare il tutto sempre giù dalla solita finestra, con il risultato che sul marciapiede sottostante si andava ad accumulare uno strato di quasi 20cm di escrementi.
Nel cortile poi c’era il famigerato e temuto “angolo della morte”, un angolo nascosto dalla visuale degli assistenti dove si portavano i ragazzi e lì, sicuri da occhi indiscreti ti spogliavano di tutto ciò che avevi e che potesse interessare e se ti rifiutavi prendevi le botte.
Poi c’era la scuola, i laboratori da tornitore, saldatore, elettricista, ma anche lì non potevi scegliere tu quale laboratorio seguire ma erano altri a decidere per te. Il più delle volte era il contrario di ciò che tu avresti voluto fare, ma anche lì lo facevi per obbligato e non perché a te interessasse.
L’esperienza mi ha lasciato ovviamente un brutto ricordo ma a quanto ne so oggi le cose sembrano essere cambiate in meglio.
Ad esempio oggi i ragazzi possono contare sull’aiuto di psicologi e di persone istruite nel proprio ruolo di competenza.
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(come ho scoperto di essere mortale)
di Mister X
6 gennaio 2012- Epifania.
La fine del mondo, 11 mesi in anticipo sulla predizione dei Maya.
Questo era il mio pensiero quella sera mentre aspettavo l’ambulanza del 118. La ragione di questi miei nefasti pensieri era che da circa quindici minuti sanguinavo profusamente dalla bocca e dal naso e non accennava a voler diminuire. La paura prese il posto dello sbalordimento e nonostante
tutti i miei sforzi per bloccare il flusso con stracci, ghiaccio e acqua fredda, il naso continuava a sanguinare.
Poi il citofono suona, sono loro, i ragazzi del 118 che riescono a malapena a fermare l’emorragia e via all’ospedale.
Epistassi, dice il dottore. Parola nuova per me, parola che dovrebbe descrivere cosa mi stia succedendo.
Poi iniziano a ficcarmi una serie di tamponi nel naso, che fermano il sanguinamento solo temporaneamente, procurandomi in compenso un gran dolore.
Dopo un ulteriore dolorosissimo tampone, il medico opta per cauterizzare la vena con un’operazione. La vena in questione si scoprirà essere un’arteria che comunque si riesce a rimarginare.
Dopo l’operazione ero sconfortato e segnato dal dolore provato. Tuttavia se state pensando che il tutto fosse finito lì vi sbagliate, dopo due giorni ero nella stessa situazione!
Ecco allora ricominciare la stessa trafila, questa volta con tanto di intervento di due ore in anestesia totale.
Adesso, dieci giorni dopo, posso cautamente dire che il peggio sembra passato. I dottori dicono che devo fare ancora attenzione e tenere la situazione sotto controllo. Non sanno con precisione la causa di questo incidente, mi hanno dato tre o quattro motivi per cui potrebbe essere successo, ma non sanno qual è stata la causa principale.
In definitiva comunque ho ricevuto: sei sacche di sangue trasfuse per via dell’enorme quantità di sangue che avevo perso, decine di flebo di ogni tipo, antidolorifici, anticoagulanti e un sacco di altra roba. Inoltre nella prima fase dell’epistassi sono stato cinque, dico cinque (!), giorni senza cibo, nutrendomi solamente tramite flebo, insomma: in totale ho passato tredici giorni di autentico inferno!
Ho raccontato tutto questo, cari lettori, perche è utile sapere che la cosa più preziosa dopo le nostre famiglie è la salute. Spesso noi non ci rendiamo conto di quanto sia preziosa finché non succedono cose come questa che è successa a me, che oltretutto mi rendo conto essere una bazzecola, se penso a quello che certe persone soffrono, magari stando pure nel disagio sociale.
Comunque cari amici, cerchiamo davvero di fare del nostro meglio nella vita, cerchiamo, per quanto ci sia possibile, di dare una mano o una parola d’aiuto a chi ne ha bisogno.
Ciao a tutti alla prossima
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