Associazione Opportunanda
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"ciò che il bruco chiama fine del mondo
il resto del mondo chiama farfalla"
Lao Tze


Luca è lì in mezzo a un cerchio di sedie, cammina, gesticola, salta e sposta oggetti. Io purtroppo lo vedo dal vetro della porta, sono nel corridoio, costretta a vendere il giornale, anche se non so cosa darei per poter vedere lo spettacolo.

So che per fare questo spettacolo Luca ha soggiornato per diverso tempo in strutture psichiatriche, confrontandosi e facendo un pochino suoi i vari vissuti delle persone che ha incontrato. Una rappresentazione lucida che intende restituire all’essere umano quel molto che sfugge ai metri di giudizio e valutazione che non tengono conto, molto spesso, che dietro a una diagnosi c’è prima di tutto una donna o un uomo.

Anche da qua, mi sento vicino a Luca e alle persone che ha incontrato. Anch’io faccio teatro. A teatro le maschere si usano soltanto per condurre il gioco, per ingannare, affascinare, coinvolgere un pubblico consapevole. Su un palco è più facile trasmettere qualcosa, anche se è impegnativo. Davanti alla gente ci si sente vivi nel trasmettere sentimenti che sono di rabbia, di odio e amore in una crescita continua.

E ora che scrivo mi rendo conto del perché Opportunanda ha voluto presentare proprio quello spettacolo. Del resto la gente che in Opportunanda approda, finisce per rappresentarsi.

Per proporre ogni mattina uno spettacolo reale, vivo, uno spaccato sincero di un’umanità che non ha paura di mostrarsi a quanti avranno il tempo e la voglia di farsi avanti.

Molte persone quando sentono parlare di persone in difficoltà o senza dimora hanno la visione di un mondo triste e demoralizzante.

Non è certo tutto rose e fiori, però vorrei raccontare un aneddoto, uno dei tanti, che dia un'idea di come si cerca di alleviare le difficoltà buttando tutto un po’ in risata.

Ricordo di un giorno che chiesi al nostro amico e colonna portante di questo centro, il grande, metri 1,80 di altezza, Sergio Gallo, se aveva un paio di pacchi di spaghetti da darmi. Lui subito si prodigò a procurarmeli e li mise in una borsa, che io poi posai nella cucina del centro diurno. Arrivato a casa iniziai a svuotare la borsa e lì mi venne un brivido!

Invece della pasta che mi aspettavo di trovare cominciai a tirar fuori nell’ordine: un mezzo rotolo di carta igienica, fosse almeno stato intero ma per fortuna non era di seconda mano, due cucchiaini di plastica, un altro po’ di carta igienica, fogli di giornale appallottolati, due contenitori di latte vuoti e un accendino scarico.

Alla fine, in fondo in fondo, ecco i pacchi di spaghetti! Risi a lungo e l’indomani avrei saputo chi ringraziare!

Quella mattina pioveva, era la fine del mese di ottobre, io ero un po’ in ansia perché dovevo fare un’intervista a Giacomina.

Lei continuava a fare avanti e indietro tra il centro diurno e il centro d’ascolto, era particolarmente ricercata!

Io avevo paura di non riuscire a parlarle. Giovanni si era offerto di fare lui l’intervista da cui io poi avrei ricavato l’articolo, ma l’articolo era mio e anche l’intervista doveva essere mia. Alla fine ce la feci a strapparle l’intervista e per me è stata davvero una bella fortuna.

E’ stato molto bello far due chiacchiere con lei, negli anni ’90 io frequentavo il dormitorio dove lei lavorava, ci conosciamo da venticinque anni. Quella mattina siamo andati oltre le domande dell’intervista e per quattro giorni ho continuato a pensare all’affetto che lei mi ha dimostrato in quell’occasione.

Anch’io sono affezionato a Giacomina, le ho dedicato una poesia: Wanted Giacomina.

Un giorno gliela darò, magari in occasione di una cena a cui lei mi invita sempre e a cui io, per timidezza, non vado mai.

Ad agosto arrivò la notizia che non ci sarebbero stati i soldi per pagare il gettone di presenza.

Per molti di noi è stato come ricevere una martellata sulle dita, perché tutti noi contiamo molto su quei 150 euro. Io personalmente quei soldi li do tutti a mia sorella più giovane che da quando è mancata mia mamma vive da sola ed è senza lavoro.

Io non vivo certo in una situazione agiata ma sto un po’ meglio di lei. Scarp de’ Tennis è stato per me anche questo, ma non solo. Oltre a quell’entrata mi ha dato la possibilità di imparare a usare un po’ il computer e a scrivere articoli e poesie.

Inoltre devo dire che Vittoria, che tutti i mesi ci paga il gettone, è una persona gentile e molto professionale nel suo lavoro.

Quando ti dà i soldi riconosce il tuo lavoro, non fa l’elemosina. Un atteggiamento che ho riscontrato anche nei volontari che preparano le cene.

Sono tutti lì indaffarati a preparare e poi a servire, ma lo fanno con il sorriso e non ti fanno sentire diverso.

Vittoria tira fuori una chitarre e scandisce il tempo della musica. Abbiamo iniziato a cantare qualche canzone.

In quel momento mi è tornato in mente quando a diciott’anni cantavo come solita in un piccolo complesso. Sono passati tantissimi anni ma la passione è rimasta. La voce non c’è più, persa tra sigarette e l’età che avanza. Tuttavia mi è venuto un nodo alla gola perché la musica ti fa sentir vivo.

Sono ritornato indietro ai miei vent’anni, quando mi divertivo senza pensieri, che nostalgia!

Quella sera abbiamo cantato e ho ricevuto i complimenti degli altri e abbiamo deciso di preparare qualche canzone per la festa di Opportunanda, speriamo che vada tutto bene, è da molto che non canto.

"AIn onda"

di Aghios

Arrivano con la telecamera, sono in due. Giovanni me l’aveva chiesto e io ho accettato.

Sarò intervistato.

Allestisco il tavolo dei giornali, come sempre alle 11,00 usciranno i fedeli. Loro iniziano con le richieste: metti il tesserino sopra i giornali, ora mettilo al collo, puoi pinzarlo al giubbotto e anche la borsa mettila sul fianco.

Io tutto sommato mi diverto a fare ‘ste cose.

Andiamo avanti così per un po’ con loro che riprendono e io che un po’ fingo pose e situazioni e un po’ vendo sul serio. Mi chiedono se sono soddisfatto delle vendite.

Rispondo che vendo circa 80 copie ma che in futuro vorrei vendere anche nelle scuole .

Magari alle scuole medie, farle acquistare ai genitori e alle insegnanti, insomma farci conoscere di più.

L’ultima ripresa è stata di me che esco dal cancello e mi allontano camminando.

Spero di avere il filmato un giorno, vorrei rivedermi.

Raccontami come era stata la sera della mia festa.

Da raccontare che… mi ricordo che prima hai detto che sono un rompiscatole e poi che sono un grande poeta, ma io sono sempre alto un metro e 82.

A dire il vero più di tutto quella sera non vedevo l’ora che iniziassi ad offrire qualche cosa… appena ho potuto ho preso da bere da solo! Questa è stata la partenza della tua festa.

Quella sera avevo pensieri malefici… prima ho cantato “L’inno dei dottori” e poi aspettavo la bottiglia di champagne per rubare il tappo. Da noi chi ha il tappo in tasca controlla la situazione!

Poi la serata è andata avanti e tutti i tuoi amici mi hanno chiesto quante lingue sapessi, in che paesi avevo vissuto.

E io a dirgli che prima ho imparato il francese, al liceo in Romania, poi ho imparato l’ebraico quando sono stato due anni e mezzo tra il 1994 e il 1996 in Israele e infine, quando sono arrivato qua a Torino, ho sentito il piemontese … alla fine ho fatto una marmellata di tutto eppure qualcuno mi capiva!

Alla fine come è andata la serata?

Bene, non ho mai mollato il tappo. No, davvero, mi ha fatto piacere conoscere quei ragazzi un po’ più giovani di me, avevano 30 anni, mi ha fatto piacere la loro curiosità… sono sicuro che quella sera abbiamo rubato i clienti ai vari locali qua attorno.

Devo dire che per me è stata una sorpresa vedere che Giacomina ha permesso che la festa andasse avanti così tanto… al punto che, un po’ pizzicato dall’alcool, mi sono presentato a Giacomina e le ho detto: “ vedi Giacomina: tu, Ester, Elisa e questi ragazzi qua, fate parte della Resistenza Italiana” e lo baciata!

Mi sembra poi che le ho anche offerto una rosa… ma ora non mi ricordo bene.

Mi ricordo però che a mezzanotte me ne sono andato e che quella sera ho camminato davvero bene, per chilometri!

La mia collaborazione per Scarp de Tennis mi ha offerto l’occasione di parlare in prima persona e in forma di racconto di un breve episodio della mia vita che ricordo ancora oggi, pur essendo passati parecchi anni, con un po’ di amarezza.

Tutto inizia quaranta anni fa al Ferrante Aporti, (Centro di Rieducazione Minorile) un complesso formato da tre sezioni: il reparto carcere, l’osservazione e la casa.
A seguire tutti i ragazzi c’erano degli agenti in borghese che noi dovevamo chiamare educatori, ma che dell’educatore avevano solo il nome, tanto è vero che molti di loro non avevano nemmeno un diploma; ciò non vuol dire che non cercassero di fare bene il loro lavoro, che era quello di farti rispettare tutte le loro regole.
Di fatto noi li chiamavamo assistenti ma loro, soprattutto quando si arrabbiavano, pretendevano di essere chiamati educatori.

Tutto ciò ha portato a noi tanta rabbia e molta indifferenza: non si poteva piangere o sfogarsi con nessuno perché era segno di debolezza e in questi posti non ci si può far vedere deboli perché gli altri ragazzini ti mettono sotto, diventi il loro pretesto di sfogo.
Motivi di sconforto ce n’erano molti, per esempio dopo le venti ci chiudevano ognuno nella propria cella e se dovevi andare in bagno eri costretto ad aggrapparti alle sbarre della finestra e fare la pipi oppure se dovevi fare altro dovevi mettere dei fogli di giornale a terra e poi buttare il tutto sempre giù dalla solita finestra, con il risultato che sul marciapiede sottostante si andava ad accumulare uno strato di quasi 20cm di escrementi.
Nel cortile poi c’era il famigerato e temuto “angolo della morte”, un angolo nascosto dalla visuale degli assistenti dove si portavano i ragazzi e lì, sicuri da occhi indiscreti ti spogliavano di tutto ciò che avevi e che potesse interessare e se ti rifiutavi prendevi le botte.
Poi c’era la scuola, i laboratori da tornitore, saldatore, elettricista, ma anche lì non potevi scegliere tu quale laboratorio seguire ma erano altri a decidere per te. Il più delle volte era il contrario di ciò che tu avresti voluto fare, ma anche lì lo facevi per obbligato e non perché a te interessasse.

L’esperienza mi ha lasciato ovviamente un brutto ricordo ma a quanto ne so oggi le cose sembrano essere cambiate in meglio.
Ad esempio oggi i ragazzi possono contare sull’aiuto di psicologi e di persone istruite nel proprio ruolo di competenza.

"Sto bene … sto bene "

(come ho scoperto di essere mortale)
di Mister X
6 gennaio 2012- Epifania.
La fine del mondo, 11 mesi in anticipo sulla predizione dei Maya.

Questo era il mio pensiero quella sera mentre aspettavo l’ambulanza del 118. La ragione di questi miei nefasti pensieri era che da circa quindici minuti sanguinavo profusamente dalla bocca e dal naso e non accennava a voler diminuire. La paura prese il posto dello sbalordimento e nonostante tutti i miei sforzi per bloccare il flusso con stracci, ghiaccio e acqua fredda, il naso continuava a sanguinare.

Poi il citofono suona, sono loro, i ragazzi del 118 che riescono a malapena a fermare l’emorragia e via all’ospedale.
Epistassi, dice il dottore. Parola nuova per me, parola che dovrebbe descrivere cosa mi stia succedendo. Poi iniziano a ficcarmi una serie di tamponi nel naso, che fermano il sanguinamento solo temporaneamente, procurandomi in compenso un gran dolore.
Dopo un ulteriore dolorosissimo tampone, il medico opta per cauterizzare la vena con un’operazione. La vena in questione si scoprirà essere un’arteria che comunque si riesce a rimarginare. Dopo l’operazione ero sconfortato e segnato dal dolore provato. Tuttavia se state pensando che il tutto fosse finito lì vi sbagliate, dopo due giorni ero nella stessa situazione!
Ecco allora ricominciare la stessa trafila, questa volta con tanto di intervento di due ore in anestesia totale.

Adesso, dieci giorni dopo, posso cautamente dire che il peggio sembra passato. I dottori dicono che devo fare ancora attenzione e tenere la situazione sotto controllo. Non sanno con precisione la causa di questo incidente, mi hanno dato tre o quattro motivi per cui potrebbe essere successo, ma non sanno qual è stata la causa principale.
In definitiva comunque ho ricevuto: sei sacche di sangue trasfuse per via dell’enorme quantità di sangue che avevo perso, decine di flebo di ogni tipo, antidolorifici, anticoagulanti e un sacco di altra roba. Inoltre nella prima fase dell’epistassi sono stato cinque, dico cinque (!), giorni senza cibo, nutrendomi solamente tramite flebo, insomma: in totale ho passato tredici giorni di autentico inferno!

Ho raccontato tutto questo, cari lettori, perche è utile sapere che la cosa più preziosa dopo le nostre famiglie è la salute. Spesso noi non ci rendiamo conto di quanto sia preziosa finché non succedono cose come questa che è successa a me, che oltretutto mi rendo conto essere una bazzecola, se penso a quello che certe persone soffrono, magari stando pure nel disagio sociale.
Comunque cari amici, cerchiamo davvero di fare del nostro meglio nella vita, cerchiamo, per quanto ci sia possibile, di dare una mano o una parola d’aiuto a chi ne ha bisogno.

Ciao a tutti alla prossima


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